Il futuro di una valle antica. La valle dei segni e “Sciogliere i nodi. Tessere la rete”.

Dopo un’esperienza di circa 5 anni nei distretti culturali della Fondazione Cariplo, siamo tornati in Valle Camonica: un po’ sotto il capello di consulente strategica di marketing culturale e territoriale, un po’ come ZUP  the recipe for change (che sempre di innovazione strategica si occupa!).

Chiamate dalla comunità montana della Valle Camonica, si è dato avvio l’11 febbraio a un percorso con gli operatori culturali e non solo, in particolare legati al comparto dell’arte rupestre, dell’archeologia, del sito Unesco. La ValCamonica sta cercando di posizionare il proprio territorio anche sul fronte delle spiccate vocazioni culturali, e per questo il brand Valle dei Segni, gioca in  modo sagace, tra antico e contemporaneo, proprio con il tema dei segni e dell’arte rupestre.

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L’incarico, ha come obiettivo di consolidare una rete tra i diversi operatori del comparto Unesco e di migliorare la collaborazione tra di loro.

Dopo tanto lavoro, soprattutto in questi ultimi anni, fatto per rafforzare i servizi, la visibilità, tra fatica e passione, è possibile perdere di vista ciò che rende unico e meraviglioso questo territorio. E’ persino probabile che si osservino solo i problemi che porta con sé il fare impresa e fare cultura in un territorio montano, vasto e frammentato, come quello della Val Camonica. La difficoltà di avviare un’economia sostenibile, di leggere e comunicare i monumenti (naturali e culturali) che pesano sempre di più per i loro costi di protezione e manutenzione, la qualità del servizio turistico e di accoglienza, ancora a macchia di leopardo, nonostante i molti sforzi nella direzione di un rinnovamento generale.  Tutti questi sono i temi latenti, trattati non adesso per la prima volta, su cui i partecipanti mostrano passione e stanchezza contemporaneamente.

Durante questo primo incontro, l’obiettivo è di andare a descrivere subito un pezzo del futuro di un’organizzazione reticolare, policentrica, polimorfa, come quella del comparto Unesco. Per farlo è opportuno ripartire dall’identità dei diversi operatori, dallo loro storia, osservando quali sono le componenti del fare cultura in ValCamonica.

Lo si fa con dei laboratori, con dei modelli di lavoro per gruppi, con strumenti che stimolano il pensiero laterale, con domande che guidano la riflessione verso degli obiettivi chiari ed evidenti. Le regole del ‘gioco’ hanno a che fare principalmente con il cambio di schemi di riflessione e di rappresentazione, con i tempi, con la sintesi: a volte è difficile, quando qualcuno ha tanto da raccontare, così come può sembrare noioso quando sembra ci sia  poco da dire. Per indirizzare quindi meglio i lavori, introduciamo alcuni strumenti.

Il primo cambio di questo laboratorio di tre ore riguarda i modi. Cambiando il modo di descriversi per esempio, cambiano anche i contenuti della descrizione.  Ne è un esempio l’uso delle picture cards, o l’utilizzo delle carte di artista, come nel caso di quelle di Maria Lai, caratterizzate dalla presenza di coppie o terne di elementi contrari o articolati tra loro, per far ragionare sulla composizione e sulla costituzione di un’opera d’arte.

Per esempio ritmi lenti e ritmi pieni, piano e volume, peso e leggerezza, realismo e astratto e così via. Queste carte possono aiutare i singoli partecipanti a descrivere in modo nuovo  il proprio lavoro.

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Durante la discussione in gruppo, il rumore nella sala aumenta: ‘Chi siamo? Singolarmente? E come ci descriviamo quando la sintesi è di un gruppo intero?

Fioccano le immagini forti e dense, materiali e intense, quando la descrizione è ancora relativa alla singola appartenenza. È quando si passa alla descrizione di gruppo che forse la sintesi porta verso tempi più generali, a volte meno pregnanti, a volte alti e di forte afflato valoriale, ma poco terrestri, come un elenco dei sogni. Qui si segnala, con una riflessione ex post, proprio la difficoltà di passare dal racconto personale al racconto collettivo mantenendo la stessa intensità. Come ci completiamo? Cosa ci distingue? Domande che non è usuale chiedersi (e alle quali diamo a volte risposte scontate), ma che torneranno utili per capire come identificare una rete (già esistente? Per ora ci si interroga del suo funzionamento) di operatori del comparto Unesco della Valle Camonica.

Il fili rossi di questa discussione è legato al turismo, alla relazione con una nuova economia (appena accennato e forse implicito questo tema, eppure presente in molti commenti) alla rete e alle connessioni che ci sono o che dovranno essere rinforzate.

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Nel secondo passaggio del laboratorio ci si interroga sul cuore del percorso: Cosa è la cultura in Valle Camonica? Anche in questo caso si tratta di rimettere in circolo le idee senza accontentarsi di risposte generali, che rischiano di diventare generiche e sapendo che è necessario comunicare, in modo chiaro ed efficace, costruire degli immaginari, rendere attraente, posizionare un territorio e il suo patrimonio culturale.

Chiediamo uno sforzo in più perché non serve raccontare le risorse generali (‘abbiamo delle montagne, si mangia bene’) ma è importante definire un’identità precisa che distingue questa Valle da qualsiasi altra Valle Italiana.

E’ forse ora di concludere questo primo laboratorio con uno sguardo positivo, che diventerà il punto di partenza per la prossima volta. Quali sono le sfide con le quali dobbiamo confrontarci?

Per questo e tutti gli altri punti sarà possibile leggere prossimamente il dettagliato report, frutto di rielaborazione e di interpretazioni, ma soprattutto figlio del lavoro di un gruppo di circa 15 persone in una giornata di sole splendete sulle valli appena innevate, alla ricerca di un modo collettivo per descriversi e per descrivere il fare culturale del territorio.